Quando dico che lavoro come sviluppatore, spesso le persone immaginano un mondo fatto di software chiusi, licenze costose e sistemi che funzionano solo se resti dentro confini molto rigidi.
È una rappresentazione comprensibile, ma incompleta. E soprattutto non racconta la parte del digitale che, personalmente, trovo più stimolante. Gran parte del web e degli strumenti che utilizziamo ogni giorno si regge su un’idea molto più semplice e, a mio avviso, molto più sana: l’open source. Un modo di costruire tecnologia basato sulla condivisione del sapere e sul miglioramento continuo, collettivo.
Come lo spiego di solito, senza tecnicismi
Se devo spiegare cos’è l’open source a qualcuno che non lavora nel settore, parto quasi sempre da un esempio concreto: immaginate una ricetta segreta di un grande ristorante. Potete mangiare il piatto, ma non saprete mai davvero cosa c’è dentro né come viene preparato. Se qualcosa non vi convince, non avete margine di intervento.
L’open source è l’opposto.
È come una ricetta di famiglia scritta sulla piazza del paese: tutti possono leggerla, provarla a casa propria e, se qualcuno scopre che cambiando un passaggio il risultato migliora, può proporre quella modifica a tutta la comunità.
In informatica questa “ricetta” è il codice sorgente: l’insieme di istruzioni che dice al computer cosa fare. Quando il codice è open source, è pubblico. Questo significa che può essere studiato, testato, corretto e migliorato da chiunque abbia le competenze per farlo.
Un po’ più nel dettaglio: cosa succede davvero “dietro”
Dal punto di vista tecnico, l’open source funziona grazie a piattaforme di collaborazione (come GitHub o GitLab) dove il codice viene pubblicato, versionato e discusso.
Ogni modifica viene tracciata, ogni miglioramento può essere proposto, discusso, accettato o rifiutato.
Questo processo ha due effetti molto concreti.
Il primo riguarda la qualità del software.
Un codice aperto viene letto da molte più persone rispetto a uno chiuso. Questo aumenta le possibilità di individuare bug, problemi di performance o falle di sicurezza. Non perché gli sviluppatori open source siano “più bravi”, ma perché il controllo è distribuito.
Il secondo riguarda la robustezza nel tempo.
Un progetto open source non dipende da una singola azienda o da una sola roadmap commerciale. Se una parte smette di svilupparlo, qualcun altro può continuare. Questo è un aspetto fondamentale quando si costruiscono sistemi che devono durare anni.
Perché, da sviluppatore, lo considero un valore concreto
L’open source non è solo una filosofia che “suona bene”: nel lavoro quotidiano fa davvero la differenza. Significa poter capire davvero come funziona uno strumento, non limitarsi a usarlo.
Oppure ancora, significa poter intervenire quando serve, adattare il software a contesti specifici, evitare soluzioni rigide che funzionano solo finché tutto va esattamente come previsto.
C’è anche un aspetto formativo enorme: leggere il codice scritto da altri sviluppatori, confrontarsi con soluzioni diverse, imparare da chi ha più esperienza: è una palestra continua, che migliora non solo il software, ma anche chi ci lavora.
Lo usiamo già, molto più di quanto pensiamo
Una cosa che trovo sempre interessante è far notare quanto l’open source sia già presente nella nostra vita quotidiana:
– Android, che gira sulla maggior parte degli smartphone;
– Firefox, uno dei browser più conosciuti e attenti alla privacy;
– VLC, il lettore video che riesce ad aprire praticamente qualsiasi formato.
Dietro a tutto questo c’è lo stesso meccanismo: qualcuno condivide, qualcun altro migliora, e il risultato finale è più solido di quanto potrebbe essere un prodotto chiuso.
Perché in Kinoa è una scelta coerente
Nel mio lavoro in Kinoa, l’open source è una scelta naturale. Ci permette di costruire soluzioni trasparenti, adattabili e maggiormente sostenibili nel tempo, e ci consente di lavorare in modo serio su temi come l’accessibilità, la manutenibilità e l’evoluzione dei progetti.
Non significa rinunciare alla professionalità o alla qualità, anzi: ci permette di lavorare dentro un ecosistema in cui il valore non sta nel tenere tutto chiuso, ma nel sapere condiviso.
In un mondo digitale che corre velocissimo, l’open source ci ricorda una cosa fondamentale:
la tecnologia funziona meglio quando è comprensibile, condivisa e migliorabile.
Ed è anche per questo che, come sviluppatore, continuo a crederci ogni giorno.
A proposito di open source, vi raccontiamo la nostra esperienza al WordCamp di Pisa 2025.

Di Lorenzo Fiorini
Full-stack developer