Settembre: un trauma digitale.

Negli ultimi anni, psicologi e sociologi del web hanno iniziato a studiare il "post-vacation blues", scoprendo che il vero trauma non è semplicemente rimettere la sveglia, ma il brusco salto di ecosistema digitale a cui siamo sottoposti.

Se cercherete di sopravvivere incolumi alla prima settimana di settembre… auguri! La stanchezza parla in maniera ben diversa da quello che crediamo, anche se la colpa non è solo della fine delle ferie.

Tra abitudini stravolte e “toxic productivity”: anatomia di un cortocircuito digitale.

C’è una sorta di automatismo che colpisce chiunque lavori in ufficio quando si pronuncia la parola “settembre”, in un misto di rassegnazione e nostalgia. Siamo abituati a credere che il trauma del rientro sia causato dalla sveglia alle 7:00, dal traffico in tangenziale e dalla fine delle giornate passate in spiaggia, ed è vero. Tuttavia, se guardiamo come passiamo il nostro tempo online, il vero “Post-Vacation Blues” assomiglia molto a uno sbalzo cognitivo rapido e faticoso, con radici profondamente digitali.

Post-Vacation Blues: stato psicologico transitorio di malinconia, tristezza o lieve stress che molte persone sperimentano al ritorno da un viaggio o da un periodo di ferie

Negli ultimi anni, psicologi e sociologi del web hanno iniziato a studiare questo fenomeno. Il vero trauma non è semplicemente rimettere la sveglia, ma il salto di ecosistema. Una cosa che mi colpisce, lavorando sui social ogni giorno, è come l’uso che facciamo delle piattaforme alimenti una sorta di senso di inadeguatezza.

Chi ha ripreso in mano lo smartphone con intenti lavorativi di recente, superando la frizione mentale del primo vero rientro, avrà notato qualcosa di diverso: un brusco cambio di rotta nelle nostre diete mediatiche che racconta una storia di sovraccarico.
Noi non passiamo semplicemente “dalle vacanze al lavoro”. Noi saltiamo da un mondo digitale a un altro, diametralmente opposto. In ferie, ci abituiamo a un ecosistema passivo, estetico e visivo: i reel di Instagram, le foto dei tramonti, un flusso lento e orientato all’intrattenimento. Al rientro, veniamo catapultati in un ecosistema performativo, testuale e ansiogeno: la casella mail intasata, i gruppi WhatsApp che si risvegliano, i post performativi su LinkedIn.

Non è un semplice cambio di routine. Veniamo presi da un’abitudine di scrolling rilassato e buttati nell’ansia della dimostrazione pubblica della nostra efficienza.

Ed è qui che la faccenda si fa sociologicamente interessante, perché se pensiamo che questa mossa sia solo una questione di strumenti aziendali, non stiamo guardando abbastanza da vicino. Il problema è l’uso sociale che ne facciamo.

Osservando il feed di LinkedIn negli ultimi giorni di agosto e nei primissimi di settembre, si assiste a qualcosa di surreale: è il regno della cosiddetta Toxic Productivity. Mentre mezza Italia cerca faticosamente di ricordare le password del PC, echeggiano professionisti che postano manifesti motivazionali alle 6 del mattino, manager entusiasti di “distruggere gli obiettivi dell’ultimo trimestre”… una fiera dell’iperproduttività, che prospera proprio nel momento di massima vulnerabilità degli utenti normali.

“Ma come, non siete traumatizzati dal rientro anche voi?”, verrebbe da pensare.
E invece, i fatti parlano di un uso di social e piattaforme che sembra fatto per alimentare l’ansia da prestazione collettiva, trasformando LinkedIn non in una piazza di confronto professionale, ma in una vetrina dove mostrare che le vacanze non hanno scalfito la voglia di fatturare.

Ci sarebbe da riflettere molto sulla resilienza delle persone e sul peso delle nostre scelte digitali.
Lo stress da rientro è amplificato da noi stessi: usiamo Instagram ad agosto per far invidia con le nostre vacanze perfette, e usiamo LinkedIn a settembre per far sentire in colpa chi fa fatica a ripartire. Siamo passati dalla FOMO estiva alla Hustle Culture autunnale nel giro di 24 ore.

La ribellione della stanchezza: l’antidoto delle nuove generazioni

Mentre su LinkedIn si celebra la ripartenza a tutti i costi, su TikTok e Instagram sta prendendo forma una silenziosa ribellione digitale. Le nuove generazioni stanno popolando i feed con messaggi diametralmente opposti: “Va bene essere stanchi”, “Non devi per forza performare oggi”, “È ok non avere voglia di fare niente”. È una vera e propria reazione immunitaria contro l’imperativo della produttività h24. Una generazione che, cresciuta nell’ansia di dover essere sempre al top, sta usando gli stessi social media per normalizzare la vulnerabilità e rivendicare un diritto fondamentale: quello di potersi fermare senza sentirsi in colpa.

Capire queste sfumature (ovvero distinguere tra la normale stanchezza post-ferie e un sovraccarico indotto dai contenuti che scegliamo di consumare e produrre) è una grande sfida per chi vive il digitale oggi.
Non basta sapere su quali app passiamo il tempo, bisogna capire cosa quelle app, e i comportamenti che incentivano, stanno facendo al nostro benessere mentale.

Il modo in cui scegliamo di usare i social determina come viviamo, non solo a settembre, ma tutto l’anno.

Stefano Ciapini

Di Stefano Ciapini
Social Media Manager & Content creator

Articolo realizzato col supporto dell’AI nella ricerca contenutistica, testualmente redatto e revisionato dall’autore.

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